Mio padre Antonio, nato nel 1893 nell’entroterra sardo, fece parte di quella schiera di giovani vite prestate alla guerra tra le file della Brigata Sassari, nota per l’abilità e la tenacia con cui affrontava il nemico tra i luoghi impervi di confine e sull’Altopiano di Asiago. Dopo il suo ritorno, con in dono un’evidente cicatrice sull’avambraccio causata da una scheggia di proiettile che non gli valse neanche il riconoscimento di una piccola pensione di invalidità, parlò poco di quel che vide in quei tre anni. Una delle poche eccezioni a quella censura narrativa se la concedeva per raccontare di come, successivamente a quel conflitto, ebbe inizio lo sviluppo delle prime miniere estrattive proprio nel nostro paesino.

Solo qualche volta, raccontava di come talvolta ci si riparava dagli attacchi nascondendosi tra i cunicoli di vecchi scavi minerari abbandonati e in quelle occasioni, con i commilitoni, si parlava di quel quotidiano lasciato nelle proprie case, delle diverse usanze locali ma anche delle similitudini.  Fu così che alcuni soldati piemontesi riferirono che i loro paesi natii erano noti soprattutto perché vi si estraeva una sorta di pietra bianco-grigiastra, un minerale vellutato al tatto, facilmente scalfibile e molto usato per le sue proprietà assorbenti e che il suo nome era talco. Mio padre e alcuni compaesani presenti convennero che anche da loro esisteva un materiale del tutto simile, che ogni tanto riaffiorava nelle campagne in seguito all’aratura di qualche terreno e con il quale i bambini solevano scrivere sul selciato; veniva comunemente chiamato “preda modde” (letteralmente “pietra molle”).

Finita la guerra, i piemontesi riportarono questa informazione ai proprietari di alcune miniere di Pinerolo che erano già attive dall’800. Per uno strano gioco del destino, a quei tempi, esercitava in Sardegna un veterinario proveniente proprio dalle vicinanze di Pinerolo che, contattato dai suoi conterranei, si offrì di spedire alcune di queste pietre bianche che diedero la conferma che proprio di talco si trattava. Venne quindi inviato in loco un tecnico specializzato che pensò di rintracciare proprio quegli ex soldati, tra cui appunto mio padre, affinché potessero accompagnarlo alla ricerca del minerale, prelevando campioni da varie zone, che poi veniva spedito in Piemonte per essere classificato. Il risultato fu che si trattava di una qualità di gran pregio che spinse questi imprenditori minerari venuti dal nord a chiedere e ottenere la concessione dall’Ente Minerario a poter estrarre in paese il materiale trovato.

I primi ad essere assunti nel 1923 furono proprio quegli ex combattenti e per molti anni mio padre e la sua famiglia trassero sostentamento da quel duro lavoro che procedeva a colpi di piccone tra nuvole di polvere che imbiancava vestiti e gole. Nei primi anni ‘40 la cava, nel frattempo passata in concessione ad altri proprietari, dismise in parte l’attività a causa dell’avanzare della Seconda Guerra Mondiale per cui mio padre ricominciò in parte a lavorare anche in agricoltura, nei campi abbandonati dai giovani costretti ad arruolarsi. Di giorno si lavorava in miniera per pochi soldi e all’imbrunire o alle prime luci dell’alba si andava a mietere il grano, di nascosto.

Quando anche questa guerra finì, si ricominciò con gli scavi in superfice, sempre con metodi e strumenti arcaici che poi, a furia di seguire i filoni di talco, finivano per danneggiare la montagna, svuotandola e provocando dei crolli e nuove infiltrazioni d’acqua che mettevano a rischio la vita dei lavoratori. Ma così procedeva il mondo in quelle zone della terra dove l’estrema fatica è concepita come l’unico sacrificio possibile pur di sfamare i propri figli.

Mio padre terminò il suo lavoro nel 1954 e qualche anno dopo venni assunto io, come in una sorta di staffetta dove, insieme al sudore bianco, mi passava anche la possibilità di un futuro in qualche modo più solido rispetto a quello di altri miei coetanei costretti a migrare in zone lontane.

In seguito, la necessità di sfruttare gli strati di materiale più in profondità, spinse l’impresa a sondare la zona con macchinari specifici utilizzati anche a Pinerolo e quindi ad inviare in Sardegna anche alcuni operai delle miniere piemontesi.

Questi, testimoni delle condizioni in cui lavoravamo noi, iniziarono a descriverci quelli che invece erano i maggiori diritti di cui usufruivano loro che lavoravano al nord, compreso la differente retribuzione.

Noi eravamo impegnati quasi tutti i giorni con mezzi obsoleti che altrove erano stati dismessi da tempo, costretti agli spostamenti su un vecchio camion sormontato da un tendone che ci riparava da sole e pioggia, con il pranzo al sacco portato da casa e mangiato in mezzo alla polvere, con l’imposizione di consumarlo al massimo in mezzora di pausa. Inoltre, sentendo che alcuni di noi tossivano spesso, ci spiegarono che la causa poteva risiedere in una malattia specifica del settore, riconducibile agli anni trascorsi in miniera: la silicosi. Il pulviscolo, infatti, si attaccava ai polmoni riducendo irreversibilmente le capacità respiratorie e quindi la qualità di vita.

Iniziammo le proteste e gli scioperi quando ancora il sindacato non esisteva.

Lottammo e conquistammo, pezzo per pezzo, tutto ciò che ci spettava, fino ad essere alla pari con i nostri colleghi del Piemonte: ci concedettero la mensa, un pullman per recarci dal paese alle cave, il riposo del sabato, retribuzioni commisurate, premi di produzione, il riconoscimento della malattia professionale, la consapevolezza che la propria esistenza si può migliorare.

Ho iniziato a lavorare in mezzo alle nuvole di talco nel 1956 e ho finito negli anni ‘90, quando sono andato in pensione. Sono stato figlio e padre e la mia vita è stata felice. La montagna e la miniera mi hanno attraversato l’esistenza senza mai lasciarmi e quando mi guardo dentro deciso a scavare nelle cavità profonde del mio animo, tra gli strati dei miei pensieri, riconosco quell’uomo e continuo ad essere per sempre un minatore.

“Vediamo qualcosa solo se la polvere si dirada; la polvere si dirada solo se agitiamo le mani; nessun diritto è acquisito per sempre se non sappiamo ricordare quanto è costato a chi, prima di noi, quel diritto non ce l’aveva”