Ciao Marco. Ci ritroviamo, con grande piacere, dopo circa due anni e mezzo. Si è da poco conclusa la tua esperienza in Tagikistan: qual è il bilancio che puoi tracciare?

È stata un’esperienza estremamente importante perché, innanzitutto, mi ha dato la possibilità di conoscere meglio me stesso.

Ho sentito forte la responsabilità del ruolo di direttore tecnico di tutte le selezioni nazionali del Tagikistan. Ho raccolto molte soddisfazioni professionali; i risultati che hanno goduto di maggiore visibilità sono stati ottenuti con l’under 17 che è diventata campione dell’Asia centrale, ha disputato un’ottima Coppa d’Asia in Arabia Saudita arrivando tra le prime sei squadre e si è qualificata per la prima volta al campionato del mondo di categoria. Inoltre, sono stato premiato dall’AFC come allenatore rivelazione in Asia Cup 2025.

 

E dal punto di vista umano cosa porti con te?

Mi sono sentito molto appagato anche dal punto di vista umano: ho voluto molto bene ai ragazzi con cui ho lavorato. Per certi versi, nei loro confronti mi sono sentito come un padre. Certamente sono stato il loro istruttore e credo di averli aiutati a crescere tecnicamente e tatticamente ma anche di averli spinti a liberare il loro potenziale andando oltre gli schemi mentali ai quali erano abituati. Sono molto orgoglioso del lavoro fatto e della riconoscenza che mi hanno espresso attraverso i loro sguardi.
 

Hai dovuto affrontare anche qualche difficoltà?

Ho incontrato, come capita spesso, anche delle difficoltà ma le ho affrontate e superate con una buona capacità di adattamento, attitudine che sperimento sempre nelle mie esperienze in giro per il mondo.
 

Cosa hai ricevuto da questa significativa esperienza?

Ho ricevuto parecchio da questa esperienza: ho imparato davvero tanto e l’eco dei successi ottenuti mi ha permesso di farmi conoscere professionalmente in tutta l’Asia in modo esponenziale. Ed è stato molto bello toccare con mano la gioia e l’entusiasmo della gente, che per strada mi riconosceva e mi ringraziava per il contributo che ho dato alla crescita del movimento calcistico del Tagikistan.
 

Arrivasti per la prima volta in Mongolia otto anni fa grazie alla chiamata dell’Ulaanbaatar, squadra della capitale. Dopo il terzultimo posto della stagione precedente, sfioraste la vittoria del titolo arrivando secondi, a un solo punto dalla prima classificata. Che ricordo avevi lasciato nel Paese di Gengis Khan?

Dai riscontri ricevuti, direi un ricordo positivo. Anche a distanza di qualche anno dalla fine della mia esperienza all’Ulanbaatar il mondo calcistico della Mongolia mi riconosceva il merito di aver portato un modello di lavoro che ha definito come dovrebbe strutturarsi un club di un campionato asiatico, in campo e fuori dal campo, attraverso l’organizzazione e la metodologia.
 

Ora il grande ritorno in Mongolia. Credi che la scelta sia ricaduta su di te esclusivamente per l’ottimo ricordo che avevi lasciato?

Questa chiamata è certamente figlia del lavoro svolto in Mongolia otto anni fa. Ma penso che abbia inciso molto anche il miracolo calcistico che ho costruito con il Tagikistan.
 

Oltre al ruolo di CT della Mongolia la federazione ti ha affidato anche il ruolo di direttore tecnico di tutte le nazionali dei “Lupi Azzurri”. Qual è il profilo del progetto che conti di costruire?

Mi è stato affidato anche il ruolo di capo istruttore dei corsi per gli allenatori.

Inoltre, mi è stato chiesto di fare scouting e scovare i talenti in giro per la Mongolia, che ha un territorio vastissimo; sono convinto che ci siano giocatori interessanti anche fuori da Ulanbaatar e confido di riuscire a trovarli anche nel deserto del Gobi e nella steppa mongola.

Ho avuto un confronto franco e costruttivo con il presidente della federazione mongola, una persona squisita che si sta spendendo nel rilancio del movimento calcistico locale e che mi fa sentire forte il suo supporto. Sono consapevole del fatto che sono di fronte ad un lavoro che richiederà tantissime energie.

Il progetto prevede di costruire la base solida del nuovo ciclo dell’under 17, che partirà il prossimo anno, selezione che costituirà lo zoccolo duro di tutte le altre nazionali della Mongolia.

Seguirò anche il settore femminile del calcio mongolo.

Ho scoperto, col trascorrere degli anni, di avere una vocazione per i giovani: ho sperimentato la capacità di formare un gruppo partendo da zero, di avere pazienza e tenacia, e di riuscire a comunicare in modo efficace con i ragazzi con cui lavoro. Spero di poter far fruttare questa mia attitudine anche in questa esperienza.
 

Qual è la tua idea di calcio sia dal punto di vista valoriale che da quello tecnico-tattico? La vera sfida è creare cultura e metodo?

La vera sfida è creare la cultura. Il compito più impegnativo per un allenatore è quello di trasmettere l’arco valoriale in cui crede. Poi, nel calcio così come nella vita, è fondamentale comunicare in modo efficace. Riuscire a trovare la strada giusta per trasmettere il mio pensiero e i mei principi ai ragazzi è il mio obiettivo primario.

Mi piace puntare sulla semplicità e sulla concretezza. Non amo seguire le mode, anche quelle calcistiche. Nel nostro mondo capita ciclicamente.

Poi, è indispensabile tenere conto delle caratteristiche tecniche dei calciatori che si hanno a disposizione. Ad esempio, negli ultimi anni si parla molto di costruzione dal basso ma è ovvio che se i difensori e il portiere non hanno le capacità tecniche funzionali a quel tipo di gioco la costruzione dal basso può rivelarsi insidiosa.

Curo molto la consapevolezza dei punti di forza ma anche quella dei limiti del gruppo di lavoro. Riservo lo stesso approccio anche verso me stesso. Questo consente di migliorarsi e di essere maggiormente performanti.

E poi, ritengo che sia utile dare del tempo e darsi del tempo nel lavorare con continuità per raggiungere degli obiettivi.
 

La nazionale italiana è rimasta fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva: che tipo di valutazioni fai sul movimento calcistico italiano?

Storicamente, il nostro punto di forza è stata la linea difensiva e la capacità di difendere degli italiani era nota in tutto il mondo. Abbiamo perso un aspetto identitario perché oggi si cura più la capacità di impostare il gioco piuttosto che quella di difendere.

Gli allenatori dei settori giovanili sono bravi e capaci. Il problema è che bisogna mantenere un buon equilibrio tra i risultati e la situazione finanziaria. Ovviamente, i buoni risultati portano un miglioramento anche per ciò che concerne le ricadute economiche. A causa di quest’ultima considerazione si ritiene più conveniente trovare all’estero calciatori già pronti; perché ciò richiede, spesso, investimenti minori e tempi di ritorno inferiori.

Io ho avuto la fortuna di girare molti Paesi per motivi lavorativi e ho riscontrato che in tutti i posti dove si vuole innalzare il livello delle proprie nazionali si sceglie di ridurre il numero degli stranieri nelle squadre di club. Invece, nel campionato italiano i calciatori stranieri costituiscono la maggioranza della rosa a disposizione.

Poi, incide anche la pressione di dover ottenere risultati in tempi rapidi. Se è necessario scegliere tra un giovane italiano e un calciatore straniero meno giovane e più esperto, quasi sempre l’allenatore propenderà per quest’ultimo. Diciamo che i risultati nell’immediato prevalgono sulla programmazione a medio-lungo termine.

Si potrebbe provare a guardare a qualche esempio virtuoso. Penso, ad esempio, ai percorsi avviati già diversi anni fa prima dalla Francia e poi dalla Svizzera, che ne ha seguito l’esempio. Ad un certo punto, hanno deciso di azzerare tutto e di valorizzare le risorse interne ai rispettivi movimenti calcistici. Hanno puntato sui giovani intorno ai quattordici anni accompagnandoli nel percorso di crescita, sia dal punto di vista sportivo sia da quello umano e scolastico, e affidandoli ai migliori allenatori di cui si poteva disporre.
 

Parliamo di colleghi: qual è il calciatore del passato che hai apprezzato di più in assoluto?

Mi viene in mente Ruud Krol, difensore olandese che ha militato nell’Ajax e nel Napoli. Ha anticipato il calcio moderno di 40 anni. A quei tempi arrivavano nel campionato italiano pochi calciatori stranieri e quelli che venivano scelti erano davvero di altissimo livello.

Krol a livello tattico era dotato di un’intelligenza ben al di sopra della media. E poi il suo stile di gioco era incantevole.
 

Potremmo dire: quando la maglia col numero 6 aveva un significato ben preciso…

Sì. Ma lui, a differenza della maggior parte dei suoi colleghi di ruolo, il libero lo faceva con una grande visione di gioco che gli consentiva di iniziare l’impostazione della manovra proiettandosi in avanti palla al piede.
 

E l’allenatore che apprezzi maggiormente?

Scelgo Marcelo Bielsa. Del calcio ha fatto una sua filosofia. Ha un ottimo modo di rapportarsi con i calciatori. Lui va a reclutarli personalmente; basti pensare che è stato fermo due anni e ha girato tutta l’Argentina, arrivando fino alla Patagonia, per scovare talenti. E i giovani che ha scoperto sono diventati dei campioni. È un bravissimo comunicatore e sa far arrivare le emozioni.

Per dare un ulteriore elemento a testimonianza della sua grandezza, basti pensare che il Newell’s Old Boys, squadra della città di Rosario e blasonato club del campionato argentino, ha intitolato il proprio stadio a Marcelo Bielsa.

C’è poco da fare, i migliori giocatori argentini sono stati scoperti da Bielsa.

Ha proposto numerose soluzioni tattiche e ha concepito i movimenti più innovativi nei e tra i diversi reparti. È un maestro e, soprattutto, è un visionario. E la cosa più bella e romantica per un allenatore è essere un visionario.
 

Affronti cambiamenti e nuove sfide con una certa frequenza: quanto è importante il ruolo di tua moglie Martina?

Martina mi aiuta a fare le scelte giuste. È molto obiettiva e mi consente di costruire le decisioni in modo solido. Siamo complementari e questo è un punto di forza. Lei conosce molto bene i miei punti di forza così come le mie fragilità.

Posso dire senza esitazione che è la mia stella polare nelle analisi che sono alla base delle mie decisioni.

Inoltre, lei conosce molto bene il mio carattere e sa starmi vicino nei momenti in cui sono più sotto pressione. Devo confessare che nel mio lavoro sono molto metodico, meticoloso e scrupoloso; sono convinto che sia fondamentale curare ogni dettaglio, anche quelli che a prima vista possono sembrare poco influenti. E questo modo di essere comporta un notevole dispendio di energie e certamente fa aumentare la pressione da gestire.
 

Hai acquisito da qualcuno questo modo di essere?

Mi è stato trasmesso da un allenatore quando feci la mia prima esperienza all’estero, in Svizzera più precisamente. Grazie a lui ho capito che è importantissimo far acquisire ai calciatori un ordine mentale e il senso di disciplina.
 

Che rapporto hai con la gratitudine?

Uno dei sentimenti più significativi che porto con me è la gratitudine.

Apprezzo infinitamente le persone che trovano del tempo e delle energie per gli altri in modo incondizionato; è un gesto che ha un valore enorme.

Ho alcuni amici che riescono a starmi vicino in modo encomiabile. Conoscono la passione e l’impegno con cui faccio il mio lavoro; sanno che tengo molto alla preparazione dei percorsi che devono consentirmi di ottenere, con ogni probabilità, il risultato di centrare gli obiettivi che mi sono prefissato. Questo modo di essere e di approcciare al mio lavoro richiede, assieme alle difficoltà indipendenti dal mio operato, un grande dispendio di energie mentali. Ecco, questi miei amici sanno andare oltre il mio essere ermetico e riescono a leggere in anticipo le situazioni nelle quali ho bisogno del loro supporto e di sentire la loro vicinanza. Sono molto premurosi e io sono molto grato per il dono dell’amicizia, di questo tipo di amicizia.
 

Grazie, Marco.