Andrea Lupo è attore, regista e autore teatrale. È anche direttore del Teatro delle Temperie a Calcara di Crespellano, località del comune di Valsamoggia, in provincia di Bologna.

Andrea Lupo

Ciao Andrea. Secondo te è più giusto dire che attori si nasce oppure che lo si diventa?

Attori ci si scopre, nel senso che attori ci si diventa per necessità. Dovrebbe essere così ma purtroppo non sempre accade. A volte capita di intraprendere questa carriera per pura scelta professionale. Dietro ci possono essere i più svariati motivi: primi fra tutti mi vengono in mente la vanità e la voglia di esibirsi. Però io credo che nella scelta sia dirimente sentire una sorta di bisogno: l’attore non può fare altre cose se non quello, innanzitutto per la propria sopravvivenza.
 

Quando hai capito che la recitazione era la tua strada maestra?

Ho passato un periodo particolarmente brutto della mia vita durante il primo anno di università. Ero particolarmente confuso e avevo bisogno che qualcuno mi indicasse la strada. E un giorno, in trance, non so perché ma sono entrato nella scuola di teatro Alessandra Galante Garrone di Bologna e mi sono iscritto. Quando sono uscito dall’edificio mi sono chiesto perché l’avevo fatto; in quel momento non sapevo il motivo della mia scelta. Dopo aver iniziato i corsi, avevo capito che potevo aver fatto la cosa giusta appena sono stati “cattivissimi” con me: avevo bisogno che qualcuno mi obbligasse a stare concentrato su una cosa alla volta. Sì, perché ho sempre avuto e ancora ho una mente molto vaporosa che tende ad andare in mille direzioni nello stesso momento. La cosa che ho apprezzato molto nei primi mesi dell’accademia è stato il carattere artigianale della cosa. La direttrice, Alessandra Galante Garrone, ci insegnava sempre che era necessario capire che prima di diventare un artista bisognava imparare la parte artigianale della recitazione. Tutti gli insegnanti erano particolarmente severi ed era proprio quello di cui avevo esigenza. Lì ho scoperto una grande passione verso questa dedizione costante nei confronti di un metodo e di un continuo esercizio; non è che si diventa attori solo perché si è estrosi. È una pratica, come suonare il pianoforte: o lo fai tutti i giorni o non sarai mai un bravo pianista. La differenza sta nel fatto che nel caso degli attori al posto del pianoforte ci sono lo spirito e il corpo.
 

Ci stai dicendo che la disciplina è fondamentale anche nella strada della creatività?

Assolutamente sì. Se non c’è disciplina non c’è artigianato. Se non c’è artigianato, a mio modesto parere, non c’è arte.
 

Sei attore, regista, autore teatrale e di cortometraggi. Hai lavorato nel cinema, in televisione e nel mondo pubblicitario. Ma il tuo vero amore rimane il teatro?

Credo che recitare nel cinema e nel teatro siano due arti completamente diverse. Non sono mai riuscito ad avere l’occasione di approfondire il capitolo cinema perché ho fatto tante cose ma brevi. Invece faccio teatro da molto più tempo e quindi mi ci muovo meglio.
 

Cos’è per te il teatro?

Spesso si tende a definire il teatro accostandogli degli aggettivi o dei sostantivi. Per quello che mi riguarda il teatro è uno solo: è inutile chiamarlo teatro di ricerca, teatro contemporaneo, teatro dell’assurdo e così via. Se usi la parola teatro deve esserci una persona che racconta una storia e un’altra persona che la ascolta. Voglio citare un mio grande maestro e attore straordinario, Vittorio Franceschi; lui dice sempre questa cosa, alla quale io credo tanto: “Puoi togliere tutto al teatro, anche il luogo in cui prende corpo, ma non si può rinunciare a due elementi imprescindibili: un attore e uno spettatore”. Per assurdo, non sono fondamentali neanche l’autore e il regista; sì, perché l’attore può improvvisare oppure leggere l’elenco telefonico e se c’è anche una sola persona che lo ascolta il rito teatrale si compie.

Aggiungo un’altra considerazione: oggi si assiste al tentativo di mettere il teatro in streaming. A me dispiace tanto ma quello non è teatro; può essere un buon prodotto, anche interessante, ma se non è dal vivo non è teatro.

Andrea Lupo

Sei anche direttore del Teatro delle Temperie di Calcara, località del comune di Valsamoggia, in provincia di Bologna. Quando e come è nato questo teatro?

È nato nel 2006 da un’idea mia e di Margherita Zanardi, che poi è diventata mia moglie. Io venivo da dieci anni nei quali avevo fatto l’attore in giro per l’Italia nei teatri stabili; ero un po’ stanco e avevo voglia di sperimentare cose mie, di mettermi alla prova su cose più impegnative e anche più personali. Margherita aveva la stessa esigenza. E così decidemmo di fondare una compagnia teatrale. Pochi mesi dopo l’allora comune di Crespellano pubblicò un bando per l’assegnazione della gestione di questo spazio, il teatro di Calcara; che poi era una sala teatrale all’interno di una Casa del Popolo. Abbiamo partecipato al bando e abbiamo vinto. Poi, strada facendo, abbiamo imparato come si gestisce una compagnia teatrale.
 

Che significato assume per questo territorio? Può essere considerato un avamposto della cultura e della memoria?

Ci stanno molto a cuore le diversità, le differenze e la memoria, come temi e come valori. E su questi contenuti abbiamo prodotto molti spettacoli. Penso alle rappresentazioni sulla memoria di quello che è accaduto durante la Seconda guerra mondiale e su ciò che quel periodo ha rappresentato per l’Italia. A quelle sul rispetto delle differenze, o sulle differenze di genere, o sulla violenza di genere. Insomma, ci piace scandagliare l’essere umano per poi riproporre degli argomenti di riflessione al nostro pubblico, quello del territorio in cui ha sede il teatro; ma questi spettacoli vanno poi anche in tournée in tutta Italia. Sì, perché è importante incontrare anche altri pubblici, di altre zone. Così come ospitiamo in stagione compagnie che provengono da tutta Italia: sono state qui compagnie napoletane, siciliane, sarde, piemontesi, lombarde. Ci piace che si mescolino territori e culture diverse.
 

Qui organizzi anche corsi di recitazione. Il teatro consente anche di liberare le potenzialità espressive e di sciogliere i nodi dell’anima delle persone?

Noi facciamo laboratori in cui mettiamo a disposizione dei nostri allievi la pratica teatrale, che è qualcosa di molto diverso dalla formazione per diventare attori. Le tecniche sono simili, gli esercizi anche, però è molto differente il percorso. Noi crediamo fortissimamente che la pratica teatrale debba, ad esempio, diventare obbligatoria nelle scuole; faccio una provocazione: lo dovrebbe diventare al posto dell’ora di religione. La storia delle religioni può insegnarla il docente di storia. Mentre, invece, c’è un enorme bisogno di socialità, di insegnare ai ragazzi ad avere un buon rapporto con il loro apparato emotivo e ad avere rispetto dell’apparato emotivo degli altri. E su questo la pratica teatrale è regina incontrastata. Se viene usata al servizio della sperimentazione e della scoperta della dimensione emotiva da parte dei bambini allora diventa un’arma strepitosa. Molte insegnanti ci chiamano all’inizio dell’anno scolastico perché hanno rilevato che la pratica teatrale agevola la formazione del gruppo nelle singole classi. I bambini imparano ad avere rispetto delle fragilità e delle sensibilità dell’altro, nonché delle proprie. Imparano a tirare fuori le loro paure in maniera giocosa e leggera. È bellissimo vedere come si sovvertono le dinamiche interpersonali tra i bambini: alla fine emerge che chi ha atteggiamenti da bullo è estremamente sensibile, che chi è più timido e tende ad isolarsi spesso nasconde dentro di sé mondi straordinari, che riesce a tirare fuori sul palco guadagnandosi il rispetto degli altri.

Nei nostri corsi pomeridiani sia gli adulti che i ragazzi usano il teatro per riattivare delle emozioni che gli eventi della vita, a volte, portano a schiacciare, a tenere imprigionate dentro di sé; sì, perché purtroppo nella vita si pensa che non si può risultare fragile o vulnerabile poiché viene considerato un disvalore. Invece, sul palcoscenico sono caratteristiche meravigliose che consentono di mettere in atto una liberazione di sé e l’incontro con l’altro. È un’esperienza da provare.
 

Quali sono le criticità e quali le meraviglie che si celano dietro la direzione di un piccolo teatro? E che differenza c’è fra un teatro di un piccolo comune e quello di una grande città?

La differenza è minima per alcuni aspetti, immensa per altri. Noi siamo una compagnia che produce i propri spettacoli e al contempo abbiamo la responsabilità di gestire uno spazio pubblico. È al quanto impegnativo coniugare le due cose. Ci teniamo molto ad essere autosostenuti economicamente all’80%. Le sovvenzioni pubbliche che riceviamo non superano mai il 20% del nostro bilancio; il resto è tutto riconducibile a nostra capacità di impresa. Credo che questa cosa in Italia succeda a pochissime compagnie.

Sono importanti anche i laboratori, perché creano pubblico e sensibilità verso la pratica e lo spettacolo teatrali e perché generano interesse per il nostro teatro di Calcara.

Durante i primi anni della compagnia, io e Margherita ci siamo dedicati molto a inserire questo teatro nel tessuto sociale e culturale di questo territorio. È un lavoro che è servito tantissimo: si è creato uno zoccolo duro di sostenitori e appassionati e siamo entrati in connessione con il luogo in cui operiamo.

Un teatro di una grande città ha molta più concorrenza ma ha anche un maggiore bacino di utenza. Penso che sia più semplice far sì che la gente vada a teatro anche perché le persone sono più abituate ad andarci.

Io e Margherita abbiamo ritenuto la sfida interessante: abbiamo scelto di portare il teatro in periferia. È andata bene; un po’ siamo stati bravi noi e un po’ siamo stati fortunati perché questo territorio è pieno di persone che hanno una grande attenzione verso la cultura.

Teatro di Calcara

Tra i numerosi successi presentati al teatro delle Temperie c’è Il circo capovolto, un tuo monologo tratto dal libro di Milena Magnani.

Sì. È uno spettacolo a cui tengo moltissimo e che tratta di memoria. Abbiamo fatto 113 repliche in tutta Italia e festeggia il decimo compleanno. E continuerà ancora ad andare in giro per tutto il territorio nazionale.
 

Ripetere l’interpretazione de Il circo capovolto nell’arco di dieci anni ti ha consentito di fare lo stesso spettacolo in fasi diverse della tua vita e con una differente maturità umana e professionale. É un’esperienza insolita per un attore: che sensazioni hai provato nello sperimentarti in questa chiave?

È stata una palestra straordinaria. E ad ogni replica scopro qualcosa di diverso: un sospiro in più, una vibrazione dell’anima diversa. Tutte le volte mi stupisco. Tutte le volte piango, assieme al personaggio. È un dialogo costante tra me e Branko Hrabal, un dialogo nel quale ci mettiamo alla prova entrambi: io gli presto la carne e il sangue ma è lui che porta avanti la sua storia. Il nostro è un rapporto meraviglioso.
 

È un monologo che cattura l’attenzione del pubblico senza soluzione di continuità. Inoltre, è emozionante e toccante. Quanto è faticoso garantire tutti questi effetti?

È uno spettacolo molto faticoso, sia dal punto di vista fisico che emotivo. Questo perché le emozioni consumano molte energie. Il teatro, quando lo si vive in maniera genuina e totalizzante, ti condensa le emozioni di una vita in un’ora di spettacolo.
 

Le vicende vissute e raccontate da Branko Hrabal ci lanciano un messaggio inequivocabile: è fondamentale conoscere la storia delle persone per capirle fino in fondo. Concordi?

Oltre a diffondere anche solo un briciolo della storia del popolo Rom e contribuire a mantenere viva la memoria, i risultati principali che vorrei ottenere con Il circo capovolto sono due. Il primo è quello di lanciare un messaggio, soprattutto per i bambini, rispetto all’importanza di conoscere la storia della propria famiglia, non per celebrarla; è bello farsi raccontare le storie dai nostri anziani, conoscere le vicende che hanno attraversato. L’altro obiettivo è quello di riuscire ad aprire uno spiraglio sul nostro sguardo sugli altri, in modo tale che si comprenda che, prima di elaborare un giudizio, bisogna fare lo sforzo di capire che dietro le persone ci sono storie. Ognuno di noi ha una storia alle spalle e dentro di sé. Il gesto di mettersi nei panni degli altri è uno degli aspetti fondamentali della pratica teatrale ed è una delle cose che suggerisce Il circo capovolto. Nell’incontro con l’altro è molto importante la comprensione del suo vissuto.
 

Chiudiamo con le domande di rito delle conversazioni di Paesìa: quali sono i tuoi luoghi del cuore? E quelli dell’anima?

Che bella la differenza tra anima e cuore. Non credo però, almeno per quel che mi riguarda, di riuscire a distinguerle; forse perché ho mescolato le due cose per tanto tempo.

Innanzitutto, il teatro di Calcara: è un luogo forte per me; io vivo qui dentro sedici ore al giorno da oltre sedici anni. C’è tanta storia mia in questo posto. Quando entro in uno spazio ne sento le energie. Credo che il teatro di Calcara sia uno dei posti più straordinari che abbia visitato in vita mia, perché ci ha sudato sopra tanta gente: i bambini, gli allievi, noi e gli attori delle altre compagnie che ci hanno fatto spettacoli. Per non parlare del pubblico, per fortuna sempre numeroso e caloroso. C’è tanta vita in questo luogo: tante persone ci hanno vissuto momenti emozionanti e io credo che quelle sensazioni, quelle energie e quel calore umano si attacchi agli oggetti, alle pareti e alle assi di questo palcoscenico. Ogni volta che entro in questo spazio sento la storia che c’è. I luoghi hanno una storia, io ci credo tantissimo. Delle volte, quando vado in tournée, capita che entri in spazi dimenticati, vuoti; questo perché sono teatri chiusi tutto il giorno e che vengono aperti solo la sera in occasione dello spettacolo. Gli spazi chiusi soffrono tantissimo: i teatri chiusi sono morti. Quando vado in quegli spazi faccio il triplo della fatica a fare lo spettacolo perché le pareti e le assi del palcoscenico sono secche e non mi restituiscono niente; anzi, ogni cosa che tiro fuori io viene assorbita prima dal luogo e poi dagli spettatori. Devo a mia madre questa mia convinzione che i luoghi assorbano le nostre energie e ce le restituiscano quando ne abbiamo bisogno.

Un altro luogo magico per me è Calcara. Quando giro l’Italia per lavoro e mi chiedono di dove sono, faccio fatica a rispondere con prontezza; probabilmente dipende dal fatto che sono nato a Padova e lì ho vissuto fino all’età di dieci anni, per poi trasferirmi a Bologna con la mia famiglia. Devo dire, però, che è un po’ di tempo che mi si è collocata tra il cuore e l’anima – questo spazio tanto caro a Paesìa – la risposta “Sono di Calcara”. Da quando mi sono trasferito qui per seguire e sviluppare il teatro la mia vita è molto cambiata: qui sono nati i miei figli, ho avuto tantissime opportunità di crescita personale e poi ho incontrato mia moglie, che è di qui. È da poco, ma ora sento e posso dire che sono di Calcara.

Limitarsi a dire che Calcara è una frazione di Crespellano, che a sua volta è una località del comune di Valsamoggia, è una fotografia parziale della realtà: Calcara è molto di più. Gli abitanti di questo luogo sono profondamente legati al proprio territorio e se ne prendono cura in modo appassionato. E con altrettanto entusiasmo si prendono cura del teatro, valorizzandolo, partecipando alle attività culturali organizzate dal teatro stesso. La cosa bella è che alla fine di ogni spettacolo le persone non vanno via, rimangono a parlare; non solo dello spettacolo ma anche di cose personali. Per certi versi è il loro salotto comune. Ritengo che questo sia il più grande successo della mia carriera: il teatro di Calcara è diventato una piazza col tetto.

Grazie Andrea.