Mio nonno materno, Giudente Malocco detto “l’Ossuto”, ai primi del 900 faceva il contadino presso terzi. Possedeva due buoi che utilizzava per il lavoro di aratura dei campi e che, per lo più, faceva pascolare nei terreni comunali o più spesso incustoditi o abbandonati.

Così fu che una volta, identificato un terreno incolto a pochi passi dal paese, decise di lasciarvi lì i buoi a riposo, con l’intenzione di andarli a recuperare, pasciuti e ritemprati, poco prima dell’alba del giorno successivo.

Quella notte il sonno di mio nonno venne interrotto dal bagliore insistente della luce esterna, che lo fece scapicollare dal letto e, nel convincimento che l’aurora lo stesse incalzando, precipitare in strada per andare a riprendere i buoi.

Prima di oltrepassare la soglia della porta sentì i rintocchi del campanile della chiesa, li contò e constatò che in realtà era poco più dell’una e che la luce intensa scaturiva da una fulva luna piena. Temporeggiò ancora un poco, indeciso se concedersi ancora qualche ora di riposo o, al contrario, imporsi di affrontare subito il rituale delle sue fatiche quotidiane.

 Optò per la seconda “non scelta”, senza troppi rimpianti.

Così assorto, si avviò tra i vicoli acciottolati e silenziosi del paese sopito e, poco dopo, già attraversava i primi sentieri scoscesi delle campagne.

Giunse in prossimità di una vigna, contraddistinta da una cancellata alle cui estremità e nella sommità si ergevano dei massi di granito che, complice la luna, creavano ampie e megalitiche ombre con proiezioni tortuose fino a grandi distanze.

 Per un attimo ne rimase confuso e prima che potesse accorgersene, come per certi racconti che hai sentito da bambino, riemerse alla sua memoria quella storia, raccontata in paese, che collocava proprio in quella vigna l’uccisione di un compaesano conosciuto per la sua indole malvagia.

Ciò bastò per farlo rabbrividire, trapuntandogli in un lampo la spina dorsale con un ago ghiacciato. Si tirò su il bavero della giacca di fustagno, incassò il mento giù per il collo, incurvò le spalle e fece per andarsene.

Con la coda dell’occhio intravide due lucine tremule tra i filari della vigna, traballanti come fiammelle di una candela, intermittenti come battiti di palpebre.

Stavolta la saetta della paura lo attraversò con il gelo prima dalle spalle e poi scaricò sulle gambe, inchiodandole al terreno.

Fu questione di un attimo.

Decise di scuotersi, raccolse un sasso e, con l’intenzione di lanciarlo verso le fiammelle, pronunciò la frase:

«si ses anima vona vae in ora vona, si ses anima mala vai in ora mala!» (se sei una anima buona vai in buona sorte, se invece sei un’anima cattiva vai in malora!).

Scagliò così la prima pietra che colpì qualcosa; si sentirono dei rumori come di una corsa, sempre più vicina, finché questa presenza non arrivò in un punto illuminato dalla luna, mostrandosi così a mio nonno in tutta la sua misteriosa natura!

Si trattava soltanto di un povero asino, i cui grandi occhi liquidi, riflettendo la luce specchiata della luna, si animavano come fiamma ingannando la mente del serafico Giudente con presagi di spiriti inquieti e mefistofelici.

E questo fu.

Ricordo che mio nonno, che in quella lontana notte aveva in qualche modo scelto quale storia poter raccontare davanti al focolare, da allora non perdeva occasione di spiegare, a noi bambini, come la sua determinazione di quel momento lo avesse poi aiutato, nel prosieguo della sua vita, a non cedere facilmente alle prime suggestioni.

“COLUI CHE FUGGE DAVANTI A CIÒ CHE ANCORA NON CONOSCE

È DESTINATO A VIVERE NELLA PAURA

PER QUELLO CHE NON SAPRÀ MAI “